11) Locke. Il linguaggio.
Locke esamina il linguaggio ed i suoi fini; poi esprime la sua
dottrina sul valore convenzionale delle parole.
J. Locke, Saggio sull'intelletto umano, terzo, capitolo secondo
(pagina 184).

Dio, avendo progettato l'uomo come una creatura socievole, lo cre
non soltanto con un'inclinazione e con la necessit di avere
rapporti di compagnia con quelli della sua specie, ma lo forn
anche di linguaggio, che doveva essere il maggiore strumento e il
comune legame della societ. L'uso delle parole  quello di essere
segni sensibili di idee, e le idee in luogo delle quali le parole
stanno sono il loro significato proprio e immediato. L'uso che gli
uomini fanno di questi segni  o quello di registrare i loro
pensieri, per assistere la memoria, o, in un certo modo, quello di
portar fuori le loro idee e stenderle di fronte alla vista degli
altri: perci le parole, nel loro significato primario o
immediato, stanno per nient'altro se non per le idee che sono
nello spirito di colui che le usa, per quanto imperfettamente e
con poca cura quelle idee siano ricavate dalle cose che si suppone
che esse rappresentino. Tuttavia chi usa le parole d a esse, nei
suoi pensieri, un riferimento segreto a due altre cose. In primo
luogo, suppone che le sue parole siano segni delle idee dello
spirito anche degli altri uomini, con i quali comunica, perch,
altrimenti, parlerebbe invano e non potrebbe essere capito, se i
suoni che egli applica a un'idea fossero tali, che chi li ascolta
li applicasse a un'altra, perch in realt chi parla e chi ascolta
userebbero due linguaggi diversi. In secondo luogo, poich gli
uomini non vorrebbero che si pensasse che essi parlano
semplicemente della loro immaginazione, ma pretendono di parlare
delle cose come effettivamente sono, spesso suppongono che le
parole stiano anche per la realt delle cose. Le parole, come 
stato detto, in base a un costume lungo e familiare, riescono a
suscitare negli uomini certe idee in modo cos costante e pronto,
che gli uomini sono indotti a supporre che ci sia una connessione
naturale tra quelle parole e quelle idee. Ma che esse significhino
soltanto idee peculiari degli uomini, e ci per un'imposizione
assolutamente arbitraria,  evidente in quanto spesso non riescono
a eccitare negli altri, che pure usano lo stesso linguaggio, le
stesse idee di cui noi assumiamo che esse siano segni. Di gran
lunga la maggior parte delle parole che costituiscono tutti i
linguaggi sono termini generali; e ci non  stato effetto di
negligenza o di caso, ma di ragione e necessit. In primo luogo 
impossibile che ogni cosa particolare abbia un nome
particolarmente distinto. In secondo luogo, se anche fosse
possibile, sarebbe tuttavia inutile, perch non servirebbe allo
scopo principale del linguaggio... Questo non pu essere raggiunto
con nomi applicati alle cose particolari: di queste io solo ho le
idee nel mio spirito, e perci i loro nomi non possono essere
significativi o intelleggibili per un altro, che non ha incontrato
tutte quelle particolarissime cose che sono cadute sotto la mia
informazione. In terzo luogo, anche ammesso che ci possa essere
fatto (e io penso che non possa), tuttavia un nome distinto per
ogni cosa particolare non sarebbe di grande utilit per il
progresso della conoscenza. Questa infatti, sebbene fondata sulle
cose particolari, si estende attraverso visioni generali, alle
quali le cose particolari sono propriamente utili se ridotte sotto
le specie, sotto nomi generali. Le parole diventano generali in
quanto sono fatte segni di idee generali; e le idee diventano
generali attraverso la loro separazione dalle circostanze di tempo
e di spazio e da ogni altra idea che possa legarle in maniera
determinata a questa o quelle esistenza particolare. Con questo
modo di astrazione esse diventano capaci di rappresentare pi di
un individuo; e ciascuno di quegli individui, avendo in s la
conformit a quell'idea astratta, , come lo chiamiamo, di quella
specie. Non vorrei che si pensasse che io dimentico, tanto meno
che nego, che la natura, nella produzione delle cose, ne fa
parecchie simili tra loro: non c' nulla di pi ovvio,
specialmente nelle razze degli animali e in tutte le cose che si
propagano per mezzo di un seme. Ma tuttavia penso che possiamo
dire che l'assortire le cose sotto nomi  opera dell'intelletto,
il quale trae l'occasione dalla somiglianza che osserva tra le
cose, per costruire idee generali astratte, e fissarle nello
spirito, con i nomi che assegna ad esse, come modelli o forme
(perch, in questo senso, la parola forma ha un significato molto
proprio); e le cose particolari esistenti quando si trova che
concordano con quella forma o modello, vengono a essere di quella
specie, ricevono quella denominazione, o sono poste in quella
classe.
Grande Antologia Filosofica, Marzorati, Milano, 1968, volume
tredicesimo, pagine 643-644.

G. Zappitello, Antologia filosofica,  Quaderno secondo/4. Capitolo
Otto.
12) Locke. L'imperfezione delle parole?.
Per Locke i problemi di comunicazione sono da imputare non tanto
alle parole quanto piuttosto alle idee, che non trovano nelle
parole un'adeguata espressione. Questo succede soprattutto nel
campo della filosofia.
J. Locke, Saggio sull'intelletto umano, terzo, capitolo nono
(pagina 179).

In base a ci che  stato detto nei capitoli precedenti,  facile
accorgersi di quale imperfezione ci sia nel linguaggio, e di come
la natura stessa delle parole rende quasi inevitabile che il
significato di molte di esse sia dubbioso e incerto. Per esaminare
la perfezione o imperfezione delle parole,  necessario
considerare in primo luogo il loro uso e il loro fine, perch le
parole sono pi o meno perfette secondo che sono pi o meno adatte
a raggiungere quell'uso e quel fine. Nella prima parte di questo
discorso abbiamo spesso occasionalmente menzionato un doppio uso
delle parole: 1) per registrare i nostri propri pensieri; 2) per
comunicare i nostri pensieri agli altri.
Per quel che riguarda il primo di questi usi, cio quello di
registrare i nostri pensieri per venire in aiuto alla nostra
memoria, un uso delle parole con il quale, per cos dire, parliamo
a noi stessi, qualsiasi parola serve allo scopo. Infatti poich i
suoni sono segni volontari e indifferenti di idee qualsiasi, un
uomo pu osare le parole che preferisce per significare a se
stesso le proprie idee. E non ci sar in quella parole nessuna
imperfezione, se usa costantemente il medesimo segno per la
medesima idea, perch non pu far a meno di intendere egli stesso
il significato che d alle proprie parole: ed  proprio in questo
che consiste la perfezione e l'uso corretto del linguaggio.
In secondo luogo, per quel che riguarda la comunicazione mediante
parole, questa ha un doppio uso: I Civile, secondo Filosofico.
I. Per uso civile intendo una comunicazione di pensieri e idee
mediante parole che possa servire a portare avanti la
conversazione comune e il commercio, intorno agli affari ordinari
e ai beni della vita civile nelle societ nelle quali gli uomini
si legano gli uni agli altri.
secondo. Per uso filosofico delle parole intendo un uso delle
parole tale che possa servire a trasmettere le nozioni precise
delle cose e a esprimere in proposizioni generali verit certe e
indubitabili, sulle quali lo spirito si pu fermare e delle quali
pu essere soddisfatto nella ricerca della vera conoscenza. Questi
due usi sono molto distinti, e nell'uno serve molto minore
esattezza che nell'altro.
Il fine principale del linguaggio della comunicazione  quello di
essere inteso, e le parole non servono bene a questo fine, n nel
discorso civile n nel discorso filosofico, quando una parola non
suscita nell'ascoltatore la stessa idea in luogo della quale essa
sta nello spirito di chi parla. Ora, poich le parole non hanno
una connessione naturale con le nostre idee, ma ricevono
significato dall'imposizione arbitraria degli uomini, il carattere
dubbio e l'incertezza del loro significato, che  l'imperfezione
della quale qui stiamo parlando, hanno la propria causa pi nelle
idee in luogo delle quali quelle parole stanno che in una
qualsiasi incapacit che ci sia in un suono pi che in un altro a
significare un'idea; infatti, da questo punto di vista, le parole
sono tutte egualmente perfette.
Ma allora ci che fa s che il significato di alcune parole sia
pi dubbio e incerto del significato di altre  la differenza
delle idee in luogo delle quali esse stanno.
Le parole per natura non hanno significato, e perci l'idea
significata da ciascuna parola deve essere imparata e trattenuta
da coloro che vogliono scambiare pensieri e intrattenere un
discorso intellegibile con altri in un linguaggio qualsiasi. Ma
questa  una cosa molto difficile da fare dove:
I) Le idee in luogo delle quali le parole stanno molto complesse e
costituite da un gran numero di idee messe insieme.
secondo) Dove le idee significate non hanno una connessione certa
in natura, e cio non hanno nessun modello stabilito esistente in
nessuna parte della natura in base al quale correggerle e
adattarle.
terzo) Quando il significato della parola  riferito a un modello,
il quale per non  facile da conoscere.
quarto) Dove il significato della parola  l'essenza reale della
cosa non sono esattamente la medesima cosa.
Queste sono le difficolt che concernono il significato di diverse
parole che sono intelleggibili. Non occorre menzionare qui le
parole che non sono affatto intelleggibili, con i nomi che stanno
per idee semplici che un altro non ha organi o facolt per
ottenere, come i nomi dei colori detti a un cieco, o di suoni
detti a un sordo.
In tutti questi casi troveremo un'imperfezione nelle parole... Se
le esaminiamo, troveremo che i nomi dei modi misti sono pi
soggetti al dubbio e all'imperfezione per le due prime di queste
ragioni; e i nomi delle sostanze soprattutto per le due ultime
ragioni.
Grande Antologia Filosofica, Marzorati, Milano, 1968, volume
tredicesimo, pagine 646-647.
